05/08/2008
Mosca e Pechino, il sole sorge sempre più ad Est
L’ asse strategico sino-russo si rafforza e l’ Europa resta a guardare. In realtà la situazione è molto più complessa di quella che emerge da una lettura superficiale degli eventi più recenti sulla scena internazionale. Ma risulta inevitabile che una notizia come quella dell’ accordo sui confini tra Cina e Russia del 23 luglio scorso, dopo circa ottanta anni di controversie, lascia veramente stupiti per le conseguenze che potrà avere nel prossimo futuro sullo scacchiere geopolitico mondiale. Mentre i presidenti e i capi di governo europei si mostrano ancora titubanti sulla loro partecipazione alla cerimonia d’ inaugurazione dei prossimi Giochi Olimpici, Mosca si conferma solidale con Pechino inviando il ministro degli Esteri Sergey Lavrov a firmare, insieme al collega cinese Yang Jiechi (insieme nella foto), la ripartizione dei 327 chilometri quadrati contesi dal 1929.

In questi sette anni, grazie anche ad un canale privilegiato di dialogo, Mosca e Pechino hanno approfondito relazioni commerciali e strategiche che hanno portato ad un interscambio notevole in termini di energia e tecnologia militare, ad esercitazioni comuni tra i due eserciti, nonché ad assumere posizioni comuni in politica estera, a cominciare da quella che le vede concordi nel non forzare i tempi con l’ Iran, braccato dalla comunità internazionale per la questione atomica. Attraverso il “Gruppo di Shanghai”, Cina e Russia hanno stabilito relazioni con diverse organizzazioni internazionali, prime tra tutte le Nazioni Unite e l’ Associazione delle nazioni del sudest asiatico (Asean). Sinora, i Paesi membri della Sco hanno siglato 127 programmi di cooperazione e costituito sette gruppi di lavoro per promuovere la cooperazione in diversi settori, dal commercio all’ energia, dalle telecomunicazioni ai trasporti. Il quadrante geopolitico asiatico è in grande fermento anche in conseguenza di una politica statunitense a dir poco scellerata – come afferma nel suo L’ ultima chance l’ autorevole Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la Sicurezza nazionale dell’ amministrazione Carter – visto che negli ultimi sette anni ha avuto come immediata conseguenza in Estremo Oriente l’ incremento del senso di insicurezza da parte dei giapponesi, che ha convinto il governo di Tokyo ad elevare la propria capacità militare per contrastare la crescente forza della Cina. Da ciò è scaturito un effetto domino pericoloso per gli Usa, ma anche per l’ Unione Europea, che ha di fatto ha avvicinato Mosca e Pechino. Anche in virtù di questa special relationship, oltre all’ accresciuta importanza dell’ India ed il consolidato ruolo internazionale di Giappone e Corea del Sud, il peso politico dell’ Asia sta cambiando gli equilibri sullo scenario mondiale. Troppo irrigidita su stessa e forte del suo appeal verso i paesi asiatici, che comunque non smettono di dimostrare interesse verso i prodotti, le culture ed i capitali europei, Bruxelles manca di quell’ inerzia diplomatica capace di ristabilire una visione meno sbilanciata delle relazioni internazionali. Soprattutto oggi che gli Stati Uniti d’ America vivono un’ amplissima crisi di consenso diplomatico, l’ Europa dovrebbe farsi promotrice di una politica estera comune molto più incisiva con lo scopo di impedire che “l’ asse orientale” esautori il Vecchio Continente del ruolo di mediatore che la storia recente le ha riconosciuto. Per fare ciò è necessario, con tutta probabilità, riacquisire una buona dose di realpolitik ed iniziare a mostrarsi più accondiscendente verso temi sensibili per la Cina quali l’ eliminazione dell’ embargo all’acquisto di armi, nuovi accordi commerciali vantaggiosi ed una posizione univoca rispetto alla questione Taiwan. Solo così sarà possibile incidere sull’ evoluzione, anche interna, della politica cinese, accusata di essere, a seconda dei casi, fin troppo muscolare ed imbavagliata. D’ altronde è ormai evidente che l’ atteggiamento del muro contro muro, con una Cina tanto forte economicamente, vede perdenti proprio gli europei che dovrebbero far valere di più l’ approccio conciliante. Senza dimenticarsi però che la crescita economica e commerciale dell’ ex Impero di Mezzo, nell’ era del mercato globalizzato, è garantita in maniera inscindibile dall’ afflusso di capitali stranieri nell’impianto produttivo cinese, e dall’ acquisto da parte degli occidentali dei prodotti made in China.Autore: Roberto Coramusi
Fonte: www.geopolitica.info
13:55
Scritto da : stefanocareddu
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21/07/2008
Russia: Abkhazia e Ossezia, due pedine contro l’ espansione della Nato
Tra Russia e Georgia la tensione continua a salire ed il suo eco, questa volta, arriva ben più lontano del remoto Caucaso. A margine del G8 di Hokkaido i grandi del mondo si sono interrogati sulle vicende di quella ricca e travagliata zona. I rappresentanti delle maggiori economie della terra tra i fitti colloqui sul prezzo del petrolio e sulla recessione mondiale, hanno affrontato seppur distrattamente, anche la crisi che attanaglia ormai da troppi anni i due stati ex fratelli ed ora nemici. Il neo presidente russo Dmitrij Medvedev (nella foto) non ha cancellato dall’ agenda le priorità della politica estera del suo predecessore e non ha depennato Tblisi dalle questioni che rivestono un elevato indice di priorità. In Giappone l’ ex delfino di Putin, in uno dei tanti faccia a faccia avuti con George W. Bush ha evidenziato come Mosca sia realmente intenzionata ad abbassare i toni e a normalizzare la situazione con la Georgia, ma, ha aggiunto, è proprio l’ ex Stato satellite che appare sordo al dialogo. Le posizioni, come spesso accade, sembrano inconciliabili.
La ruggine tra i due paesi è ormai datata e nelle ultime settimane si è registrata un’impennata nella crisi. Il nodo dello scontro alberga nelle due regioni separatiste della Georgia, l’ Abkhazia e l’Ossezia del Sud le quali, benché facenti parte del territorio amministrato da Tbilisi, sono di fatto indipendenti dai primi anni novanta. Il presidente georgiano Mikhail Saakashvili sta scommettendo buona parte della sua credibilità politica proprio sulla riannessione di queste porzioni di territorio, ed è inevitabile che la tensione salga anche a fronte degli interessi che Mosca otterrebbe dalla separazione di tali piccole regioni. La posizione russa è chiara. Sottrarre a Tbilisi parti del suo territorio equivale a minare dall’interno uno dei partner filo-atlantici più ostili a Mosca, che potrebbe nuocere alla nuova idea di grandeur di cui il Cremlino, ormai, non fa più mistero. Non è un caso che dopo la controversa dichiarazione di indipendenza del Kosovo, Mosca abbia colto per primo l’appello fatto dall’ Abkhazia e dall’Ossezia del Sud per il loro riconoscimento di autonomia, pur senza far seguire alcun atto ufficiale. Certo è che Saakashvili ha molto da temere e pertanto cerca di portare all’ attenzione del mondo la sorte di lembi di terra così lontani agli occhi dell’occidente. Del resto, gli ultimi avvenimenti hanno maggiormente inasprito i toni, tenendo alto il livello di rischio. Lo scorso otto luglio anche Javier Solana, l’alto rappresentante dell'Ue per la politica estera e di sicurezza comune, ha espresso il proprio timore per il «deterioramento della situazione». Il tutto a seguito dei più recenti attentati che allungano la scia di sangue nella martoriata zona.
L’ ultima strage è accaduta il sei luglio, quando nella città di Gali, in Abkhazia, un’esplosione in un bar ha ucciso quattro persone. Dalla fine di giugno, inoltre, l’ artiglieria georgiana bombarda costantemente numerosi villaggi in Ossezia del Sud, e la stessa capitale Tskhinvali viene sorvolata da minacciosi aerei georgiani. L’ Ossezia del Sud accusa la Georgia di intensificare gli spostamenti di truppe militari all’interno dei suoi “confini”, e si è dichiarata pronta a rispondere agli attacchi. A fare da paciere, sorvegliando l’area, ci sono le truppe di Mosca, e la Russia non ha alcuna intenzione di richiamare i suoi militari i quali, pur avendo funzioni di peacekeeping, stazionano nella regione separatista attirandosi gli strali dei georgiani. Saakashvili chiede a gran voce la sostituzione di tale presenza militare con una forza di interposizione dell’ Unione europea accusando l’ orso bianco di aiutare le popolazioni “ribelli” e di agire direttamente per i propri interessi anziché limitarsi al mantenimento dello status quo. Per mostrare i muscoli, Tbilisi non lesina investimenti in tecnologia militare anche se la sua corsa al riarmo è dettata più dal raggiungimento degli standard richiesti dalla Nato, in cui la Georgia vorrebbe entrare al più presto, piuttosto che dalla minaccia russa. L’ ingresso nel Patto Atlantico garantirebbe un maggior controllo dell’ occidente filo-Usa nell’ area del Caucaso in vista, soprattutto, della costruzione di quelle pipeline che aggirerebbero la Russia e la taglierebbero fuori dal grande gioco dell’ energia. Mosca, ovviamente, non rimane a guardare ed ostacola da sempre un allargamento della Nato sin dentro il cortile di casa propria. L’ambasciatore russo presso la Nato Dmitry Rogozin, lo scorso aprile ha dichiarato che «l’ Abkhazia e l’Ossezia del Sud non vogliono entrare nella Nato e la pensano in modo totalmente diverso dalla Georgia». Pertanto soffiare sul fuoco e mantenere instabile la situazione politica nell’area resta un’ arma fondamentale tra le mani dei russi che così facendo potrebbero rallentare di molto il processo di allargamento. La protezione di partner occidentali che abbiano un maggior peso internazionale è lo scopo da perseguire in casa georgiana e non è un caso che il ministro degli esteri Eka Tkeshelashvili abbia recentemente dichiarato di sentirsi parte della comunità dei paesi europei e di voler trovare una soluzione alla crisi con l’ aiuto dell' Unione stessa. Ad inasprire maggiormente i toni, ci sono state anche le dichiarazioni del segretario di stato americano Condoleeza Rice, che facendo tappa a Praga dove ha firmato il primo accordo sullo scudo antimissile che tanto irrita Mosca ha affermato che «alcune cose fatte dai russi negli ultimi mesi hanno creato tensione nel Caucaso» aggiungendo poi che «la Georgia è uno Stato indipendente e deve essere trattata come tale» garantendo che «l’ impegno degli Usa per la sua integrità territoriale è forte». Gli ingredienti per un’ escalation di tensione che possa culminare in scontro aperto ci sono tutti e bisognerà attendere i prossimi mesi per vedere quale soluzione verrà scelta dai contendenti in campo anche se un conflitto appare l’ unica cosa certa che i due contendenti vogliono scongiurare.
Autore: Maurizio Gentile
Fonte: www.geopolitica.info
18:07
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08/07/2008
Haiti: la ricostruzione comincia dal nuovo presidente
Haiti è il secondo paese americano, dopo gli Stati Uniti, ad aver ottenuto l’ indipendenza, avvenuta nel 1804 grazie alla vittoria sulle truppe napoleoniche che occupavano il paese. Da quel momento in poi il paese non ha mai trovato una stabilità politica e sociale: è stato spesso dilaniato da guerre civili e quasi mai i governi sono riusciti a portare a termine il mandato. Le mire espansionistiche statunitensi sotto la presidenza Wilson nel 1915 avevano portato all’occupazione del paese. Gli Stati Uniti stavano uscendo dall’isolazionismo che aveva contraddistinto la loro politica estera fino alla fine del XIX secolo, e cercavano di prendere spazio e territori ai danni degli altri paesi, in particolare della Spagna. L’ occupazione americana durò fino al 1934, anno che vide le ultime truppe straniere lasciare l’isola. Haiti poté godere dei benefici portati dagli occupanti, che riguardarono in particolare la costruzione di strutture e di servizi sociali, ma l’ instabilità politica e un regime traballante continuarono a caratterizzare la politica del paese. Dagli anni cinquanta agli anni ottanta Haiti ha subito due dittature – quella di Papa Doc Duvalier, che si nominò presidente a vita nel 1964, e di suo figlio Baby Doc (nella foto) – che hanno fatto crollare l’ economia e fuggire all’ estero la classe media, vera trascinatrice del commercio nazionale. I due hanno mantenuto il potere anche grazie ad un regime di polizia serrato, portato avanti in modo sistematico dai Tonton Macutes, la milizia composta dagli “uomini spettro”, che prendevano il nome dai personaggi maligni delle favole locali. Alla dura repressione attuata verso i dissidenti e verso qualsiasi opposizione si deve aggiungere il nero misticismo che aleggiava intorno al dittatore, che si faceva chiamare Baron Samedi, (nome col quale viene identificato il demonio del culto voodoo). Pare che i miliziani presidenziali agissero anche sotto ipnosi: secondo alcuni testimoni, si trattava in realtà di veri e propri zombie, morti viventi, soggetti alla completa volontà del presidente. Dal 1986 – anno della caduta di Baby Doc Duvalier, avvenuta per una rivolta popolare – si sono succeduti brevi governi, civili e militari. Nel 1983 Giovanni Paolo II, visitando il paese, alla fine di un lungo discorso dichiarò in modo inequivocabile: “Le cose qui, devono cambiare!”. Le cose, in realtà, cambiarono poco.
Tra i vari personaggi politici che si alternarono dopo le dittature spicca, negli ultimi venti anni, la figura di Jean-Bertrand Aristide, eletto presidente per ben tre volte (nel 1991 con il 67,5%, nel 1994 e poi nel 2001). L’ ultima sua presidenza, iniziata come le altre con le più vive speranze della popolazione, è stata stroncata dal colpo di mano di diverse bande irregolari – alcune delle quali legate ai vecchi governi militari o al traffico illecito di armi e droga – che per tre giorni hanno destabilizzato il paese, portando all’ esilio forzato il presidente. Aristide è un personaggio sul quale molto si è detto. La popolazione lo ha spesso considerato un paladino della rinascita haitiana e lui stesso si era fatto portavoce dei poveri e delle classi meno abbienti. Il deposto presidente è un ex-prete che si è conquistato la fiducia del popolo alla fine degli anni ottanta, con una serie di invettive e discorsi contro la corruzione ed il mal-governo imperanti nel paese. I suoi sermoni domenicali non erano più dei semplici discorsi rivolti da un altare ai religiosi, ma erano diventati dei veri comizi politici, ai quali assisteva un numero sempre maggiore di haitiani. La vittoria del giovane prete nel 1991 era stata schiacciante e per certi versi imprevista, e il suo successo tra la gente enorme. Ora, la sua figura è per molti meno limpida. Il suo ultimo mandato presidenziale ha suscitato non poche proteste e accuse di dispotismo, di aver perseguitato gli avversari politici, di corruzione e di essersi in sostanza allontanato dai buoni propositi che gli avevano garantito larghi consensi tra la gente. Nel febbraio del 2004, gruppi di ribelli hanno dapprima marciato sulle città haitiane, liberato numerosi detenuti vicini ai vecchi governi militari e poi preso il potere. Aristide è stato costretto all’ esilio, e portato da militari statunitensi in Sud Africa, dove attualmente vive. Secondo alcuni analisti, a riunire, armare ed addestrare le diverse bande dissidenti sono stati proprio gli Stati Uniti, attraverso la Cia, per destituire un presidente non vicino alla loro politica e per tornare ad avere un controllo sul territorio haitiano.LOSCHI TRAFFICI SUL MAR DEI CARAIBI
Una delle principali cause di instabilità in Haiti, sia sotto Aristide sia in altri periodi storici, è legata al traffico illegale di merce. A causa delle coste frastagliate e della posizione strategica Haiti si pone come anello di congiunzione tra Sud e Nord America, ed è una tappa fissa per molti trafficanti di armi e droga (provenienti dall’America Latina e diretti verso gli Stati Uniti), che non trovano nessun tipo di opposizione da parte della polizia locale, al cui interno il livello di corruzione era, ed è tuttora (anche se in misura minore), altissimo. Il gioco è fin troppo facile, basta qualche dollaro in più. È opinione di qualche analista (in particolare di Michel Chossudovsky), che i traffici di droga non siano stati ostacolati nemmeno dai vicini Stati Uniti, per poter usufruire in modo indiretto dalla circolazione del denaro proveniente da questo fiorente mercato. Scrive infatti Chossudovsky che il 14% della cocaina che entra negli Stati Uniti proviene proprio da Haiti. Jack Blum, consigliere speciale di John Kerry, senatore e presidente del Subcommittee on Narcotics, Terrorism and International Operations of the Senate Foreign Affair Committee, aveva accusato alcuni commissari haitiani di complicità sul traffico di droga. “…Ad Haiti… 'fonti' della nostra intelligence nell’esercito militare avevano iniziato ad arricchirsi grazie all'embargo della droga. Invece di spazzare via la leadership corrotta delle milizie noi l’ abbiamo spalleggiata. Abbiamo chiuso gli occhi e ci siamo girati dall'altra parte mentre con i loro amici criminali negli Stati Uniti distribuivano cocaina a Miami, Philadelphia e New York”. Afferma inoltre Chossudovsky: “L’ afflusso dei narcodollari viene utilizzato per pagare i debiti con l’estero che crescono a dismisura e in questo modo vengono curati gli interessi dei creditori esteri”. Traffico di droga, introiti sporchi e riciclaggio del denaro: la situazione è poco chiara, viene persino il dubbio che gli interventi dell’ Onu siano in realtà un buon pretesto per avere una reale ingerenza negli affari haitiani. La vicinanza con Cuba, la posizione centrale, il facile accesso ai paesi dell’America centrale sono condizioni che rendono Haiti un piatto appetibile per qualsiasi stato, anche per gli Usa.
L’ INTERVENTO DEI CASCHI BLU
Dopo un periodo di tre mesi di presenza militare statunitense, canadese e francese, decisa dalle Nazioni Unite dopo la caduta di Aristide nel febbraio del 2004, e dopo l’instaurazione di un governo provvisorio (all’interno del quale non c’è stato posto per alcun componente del partito di Aristide) che ha portato a termine il mandato del deposto presidente, è intervenuta, in giugno, la Minustah, capeggiata dal Brasile con più di 1.200 soldati (nella foto la partenza alla presenza del presidente Lula). La Minustah (Missione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione in Haiti) è stata annunciata nel maggio del 2004 con l’intento di disarmare le bande armate che avevano seminato il terrore nelle città e costretto il presidente all’esilio. Obiettivo principale dell’intervento, formato da contingenti militari (6.200 unità) e civili (circa 1.400) provenienti da più di trenta paesi, è stato quello di aiutare Haiti a raggiungere una stabilizzazione sociale e dare un concreto supporto alle istituzioni nazionali per una normalizzazione della politica. A tale scopo era necessario che i contingenti Onu inizialmente smobilitassero, disarmassero e in un secondo momento reintegrassero nella società i componenti delle bande ribelli. Ma gli ostacoli, lungo il percorso della stabilità, sono stati innumerevoli, accentuati anche dalla reticenza della popolazione verso i contingenti stranieri. Col tempo le strategie e gli interventi della Minustah si sono adattati ai mutamenti della politica interna. Con l’approssimarsi delle elezioni, previste per la fine del 2005 e poi rimandate a marzo del 2006, la missione ha offerto il proprio sostegno alle istituzioni per assicurare uno svolgimento regolare delle stesse, e ha fornito un importante supporto logistico per la loro realizzazione. Dopo le elezioni, che hanno portato alla presidenza René Préval (ancora una volta tra ritardi, crisi interne, proteste e accuse di brogli), la missione ha dato il proprio contributo più in termini tecnici che militari, offrendo personale qualificato per la riforma della Polizia giudiziaria e per la formazione di uno Stato di diritto.
Le difficoltà incontrare nel portare a termine gli obiettivi prefissati sono state molteplici: le azioni di protesta nei confronti della missione da parte della popolazione, i diversi attacchi armati ai checkpoint delle Nazioni Unite e le numerose accuse di violazione dei diritti umani e di uccisioni di civili inermi da parte dell’ Onu, hanno dimostrato una forte avversità della popolazione nei confronti del contingente internazionale. Il mandato, nonostante i molti insuccessi e le sporadiche operazioni efficaci, è stato reiterato per cinque volte, fino al suo ultimo rinnovo di ottobre 2007 che ha prolungato la missione fino al prossimo autunno. La richiesta di rinnovo è stata fatta dai rappresentanti della missione di Argentina, Brasile, Canada, Cile ed Haiti, per la necessità di un appoggio ai due governi (prima quello ad interim di Latortue e poi quello della presidenza Préval), che avevano trovato numerose difficoltà nel gestire la difficile situazione interna. Dall’inizio dell’ era-Préval gli obiettivi prefissati sono la formazione di uno Stato di diritto che assicuri sentenze regolari e giuste, la formazione di personale di polizia, la lotta alla corruzione al suo interno, e una modernizzazione delle strutture e dei servizi. Ma c’ è molto da riflettere sulle capacità d’azione delle Nazioni Unite, che hanno spesso contribuito involontariamente, attraverso la cattiva conduzione di certe operazioni, ad una destabilizzazione della situazione sociale e politica. In diverse occasioni civili inermi hanno perso la vita in attacchi Onu che avrebbero dovuto portare alla cattura di esponenti dei gruppi ribelli. Inoltre, la tensione e le difficoltà interne sembravano, almeno inizialmente, non placarsi: migliaia sono stati i rapimenti da parte dei dissidenti, in una escalation di violenza e morte continua. Nel solo mese di dicembre 2005 si sono registrati 241 rapimenti ad opera delle bande ribelli, a conferma della complicata situazione che i contingenti Onu hanno dovuto affrontare. Ultimamente, dieci loro funzionari sono stati accusati di corruzioni e falsificazione di appalti per operazioni di peacekeeping, per centinaia di milioni di dollari. Anche qui, le Nazioni Unite hanno ricevuto attacchi e critiche per non esser riuscite ad avere il polso della situazione.SI RIPARTE DAL PRESIDENTE PRÉVAL
Nell’ ultimo anno si è però rilevato un sostanziale miglioramento della situazione politica e della sicurezza interna. Il merito va riconosciuto alla Minustah, ma soprattutto all’operato del presidente Préval, che ha svolto un’ azione internazionale di grande successo, ottenendo sovvenzioni e supporti da banche e paesi esteri. Il presidente è riuscito inoltre a dare una forte spinta all’ economia haitiana, ha rafforzato i rapporti commerciali con Taiwan, ha contribuito alla riduzione dell’ inflazione, ha incentivando i finanziamenti privati e contribuito, in ambito politico, a far calare la tensione che aveva più volte portato il paese sull’ orlo della guerra civile. È stato capace di creare un governo multipartitico, di dialogare continuamente con le diverse parti politiche e di non esasperare il dibattito tra i partiti. La endemica violenza del paese è notevolmente diminuita, e i dati lo confermano: in poco tempo si è passati da una media di 40 rapimenti settimanali ai circa 3 mensili dell’ultimo periodo, grazie anche alla cattura di molti leader delle bande ribelli. Haiti dovrà dimostrare, in un futuro prossimo, di saper gestire in modo autonomo il proprio sviluppo politico, economico e sociale.
20:47
Scritto da : stefanocareddu
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