Libano: gli accordi di Doha, controversi ma utili alla causa

«Abbiamo dimostrato che la storica formula libanese né vincitori né vinti è l’unica che possa condurre in porto sicuro», con queste parole il segretario generale della Lega araba Amr Moussa ha commentato l’intesa raggiunta per la condivisione del potere tra i contendenti politici libanesi. I rappresentanti di Saad Hariri, leader dell’alleanza sunnita, di Walid Jumblatt, storico capo della componente drusa, dei cristiani Amin Gemayel e Samir Geagea, con gli emissari sciiti di Hezbollah e Amal, associati a quelli dell’ex generale Michel Aoun, si sono riuniti a Doha nel Qatar ed hanno messo nero su bianco ciò che gran parte della Cancellerie occidentali temevano: una pace sproporzionata verso il “nemico pubblico” Hezbollah. Ma la realtà è molto più complessa di quanto sembra apparire e il giudizio sull’accordo non dovrebbe essere così negativo.
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Cominciamo col prendere in considerazione il contenuto dei patti siglati: Michel Suleiman (nella foto), Capo di Stato Maggiore dell’esercito, è l’uomo giusto per ricoprire la carica di presidente della Repubblica; necessaria si è resa la rimozione dell’assedio al Serraglio da parte dei miliziani di Hassan Nasrallah; il nuovo governo di unità nazionale dovrà avere sedici dicasteri per la maggioranza, undici ministri dell’opposizione e tre tecnici nominati direttamente dalla massima carica dello Stato;  avrà diritto di veto sulle decisioni del prossimo esecutivo in cambio di un’assicurazione verbale sulla sua accettazione del «divieto di ricorso alle armi e alla violenza» senza l’obbligo del disarmo. Fin qui emerge con chiarezza che la dimostrazione di forza del Partito di Dio, in grado di occupare militarmente mezza Beirut nel giro di due ore davanti ai soldati regolari libanesi rimasti inermi, è riuscita nell’intento di rinvigorire la posizione di Hezbollah e di imporre l’uscita dalla scena politica di Fouad Siniora, il premier che gli aveva dichiarato guerra interrompendo la sua rete di comunicazioni privata.  Però questo accordo non si può comprendere al meglio se non si analizza il contesto generale libanese in cui dovrà trovare piena attuazione. La classica hudna, come l’ha chiamata Carlo Panella su “il Foglio”, giudicandola negativamente, ha lo scopo di cacciare i fantasmi della guerra civile, facendo ricorso, quando ci si riesce, ad un onorevole compromesso. 66c74e2734d48935572463a4297aa21e.jpg Nella regione la tradizionale tregua islamica non è vista così tanto male come in Europa o negli Stati Uniti d’America perché il sangue e il terrore in Libano, come in Palestina, in Iraq e altrove, non sono un ricordo ma una tremenda realtà. A maggior ragione laddove si cerca di convivere pacificamente tra cristiani, arabi sunniti e sciiti, in un quadro sociale e istituzionale caratterizzato dalla multi confessionalità. E allora ben vengano accordi che innanzitutto facciano tacere le armi, nella speranza che le parti in causa li attuino pienamente. È su questo punto però che emergono i dubbi maggiori, visto che il Paese dei Cedri è ancora ostaggio di interessi stranieri fortissimi e spesso è stato scelto come campo di prova di controversi avventurismi strategici. Se nella grande partita a scacchi tra Iran e Siria da una parte ed Arabia Saudita, Emirati Arabi e Kuwait dall’altra si vorrà arrivare ad una distensione nel prossimo futuro lo si capirà proprio in Libano dove persiste da oltre un trentennio una tregua debole anche per questo motivo. Un’altra ragione per essere moderatamente soddisfatti dell’accordo di Doha riguarda la situazione interna, dove la storia ci ha dimostrato che se non vi è un buon dosaggio nell’esercizio del potere, il ricorso alle armi diventa una certezza. A questo proposito, la posizione di Hezbollah prima del colpo di Stato abbozzato nelle settimane scorse non era così solida, anzi. c81c19dfffa0c163e42cd13ebecdc322.jpgEsisteva un evidente squilibrio di potere in favore delle cosiddette forze anti-siriane che si può sintetizzare in tre punti principali: il munifico sostegno occidentale, dell’Arabia Saudita e del Kuwait alla coalizione del 14 marzo; l’allontanamento dai confini nazionali delle forze armate siriane; il ripetuto disinteresse cristiano-sunnita nel proporre un nuovo censimento che di fatto impedisce alla rappresentanza sciita, Amal ed Hezbollah, di conquistare la maggioranza.  Ecco perché la posizione del Partito di Dio, al di là di quanto la propaganda anti-iraniana avesse intenzione di illustrare, non era poi così forte, fatta eccezione che sul piano militare. Ma quando la politica è cieca o impotente, sono sempre le armi a definire il futuro assetto delle nazioni. Questo è il monito che dovrà ispirare la diplomazia internazionale realmente intenzionata ad aiutare il Paese dei Cedri a venir fuori dalla crisi, questo è il punto di partenza della ricostruzione.
 

Autore: Roberto Coramusi

Fonte: www.geopolitica.info

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Libano: gli accordi di Doha, controversi ma utili alla causaultima modifica: 2008-05-28T14:50:00+00:00da stefanocareddu
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