Cina: i media internazionali e il caso Tibet

Le reazioni cinesi alle recenti contestazioni durante la marcia della torcia olimpica appaiono piuttosto uniformi nella condanna, ma tradiscono una certa sorpresa. A seguito delle proteste europee in molte città cinesi si sono svolti numerosi cortei per sollecitare un boicottaggio di tutti i prodotti francesi in reazione alle manifestazioni parigine in favore della causa tibetana. A Pechino i dimostranti hanno cercato addirittura di assaltare un supermercato Carrefour ed hanno assediato una scuola francese e l’ambasciata di Francia. Sono reazioni che sembrano paradossali ai nostri occhi e che la stampa estera spesso legge come gesti manovrati dall’intellighenzia di Pechino. L’opinione pubblica di tutto il mondo, dopo i fatti di Lhasa, si è immediatamente schierata a favore dei tibetani e del Dalai Lama. In realtà nessuno si è preoccupato di accertare i fatti, le ragioni e le dinamiche di quei giorni in Tibet.
4749fa7d83c7d03a27010954ccbbab4f.jpg

Domenico Losurdo, storico dell’Università di Urbino, ha lanciato un’iniziativa a favore di una revisione della copertura informativa dei recenti accadimenti tibetani. L’appello denuncia che la stampa internazionale, e quella europea in particolare, «è impegnata in una campagna anti-cinese dai connotati razzisti» e indica l’intera operazione come «una continuazione del piano imperialista contro Pechino e della guerra dell’Oppio». A sostegno di questa tesi lo studioso analizza una serie di foto e filmati, facilmente reperibili su internet, ma anche foto, reportage di giornalisti stranieri e testimonianze di turisti che erano a Lhasa. In pratica Losurdo avalla la versione cinese che racconta di una caccia all’uomo durata giorni, con molti morti, che i tibetani hanno perpetrato nei confronti della popolazione Han. L’unico che ha risposto con interesse alla chiamata è stato il filosofo del pensiero debole, Gianni Vattimo. Al di là delle valutazioni specifiche e dei rilievi oggettivi sulla vicenda si nota una posizione omogenea e netta di tutti gli schieramenti politici. Era forse dai tempi dell’attacco alle Torri Gemelle che non si assisteva ad uno spettacolo simile: un fronte compatto ed univoco di denuncia. Teso, probabilmente, a porre un freno al consenso di cui gode la politica cinese in Asia, Africa e America del Sud. Ci troviamo comunque di fronte ad un’anomalia comunicazionale: poche volte negli ultimi anni l’opinione pubblica si è schierata in maniera decisa e univoca su un tema delicato di politica estera senza analizzare i fatti e le varie versioni degli stessi. La questione tibetana è complessa, ma ci sono dei punti che possono essere utili alla spiegazione dell’interpretazione mediatica dei recenti avvenimenti. 519e17ecd265a375315c1275d4e774b1.jpg Nelle parole di Folco Maraini il Tibet del 1951 era «a tutti gli effetti un paese indipendente retto da un’insolita forma di governo, teocratico e feudale insieme». Il grande orientalista toscano prosegue evocando come «il Tibet d’allora costituiva il più cospicuo fossile vivente di una società che potremo vagamente definire come medievale». L’immagine che noi occidentali abbiamo del Tibet è ancora quella: un paese mitico legato a doppio filo alla religione buddista e dove il sovrannaturale sembra far parte del quotidiano. Una terra magica oppressa dai comunisti cinesi. Eppure le nostre conoscenze sul Tibet derivano perlopiù dalle conferenze di Richard Gere e dal film “Sette anni in Tibet”. Dall’impegno sociale di una star hollywoodiana e da un film tratto dal libro di Harrer, capo della spedizione nazista, fortemente voluta da Himmler, alla ricerca delle prove per dimostrare la discendenza dei tibetani dagli ariani. Una curiosa combinazione che tuttavia da decenni funziona.  L’immagine che noi abbiamo della cultura tibetana si avvicina di molto a quella fantastica e utopica della Shangri-La che James Hilton descrive in Lost Horizon. La stampa italiana continua a rappresentare questa immagine anche nella descrizione degli scontri di Lhasa: analizzando i media nazionali non compare mai un riferimento agli atti violenti della popolazione tibetana, che per i nostri giornalisti è non violenta per definizione. Il Dalai Lama, attraverso una strategia comunicativa perfetta, è riuscito a creare un’empatia di tutti gli occidentali per la causa tibetana. Nelle parole di Mantici «se la tigre aggredisce la gazzella il nostro cuore non può che trepidare per la sorte della gazzella». Un scelta di questo tipo non è chiaramente in discussione, il centro del dibattito è su una visione parziale e non obiettiva della stampa nazionale. Il metro applicato alla cultura tibetana potrebbe usato in maniera retroattiva nel giudizio dell’Afghanistan dei talebani ed il diritto all’autodeterminazione dei popoli potrebbe essere invocato con la stessa forza per varie altre regioni, dal Kurdistan alla Cecenia. Eppure tutte le nazioni riconoscono la sovranità nazionale della Cina sul Tibet e le prese di posizione da parte dei governi esteri per la riapertura di un conferenza sembrano più volte a mortificare l’orgoglio cinese che ad una reale concertazione tra le parti. Quando si affronta la questione tibetana sembra che non solo la realpolitik ma qualsiasi analisi geopolitica e storica oggettiva siano messe da parte. 3015cd4893c0ca1fe9ba87bf22d5b030.jpg Tutti gli aspetti negativi della situazione attuale nella regione tibetana vengono riferiti al governo di Pechino, senza mai ricordare i progressi economici e sociali che la crescita della tigre cinese ha portato nella zona. Anche quando si analizza la genesi della questione tibetana si fa sempre riferimento ad una occupazione militare iniziata nel 1950, mentre bisognerebbe analizzare la storia della regione negli ultimi duecento anni per giungere a conclusioni meno nette. Non è certamente in discussione il genocidio culturale a cui è stata sottoposta la cultura tibetana e le tante sofferenze di questo popolo.  Va evidenziata la schizofrenia degli apparati politici che esportano democrazia e valori ove necessario, riconoscono il diritto di una politica imperiale contro ogni istanza di autodeterminazione dei popoli a tutte le nazioni ma in questo caso si richiamano a una supposta necessità di indipendenza per la cultura ed il popolo tibetano. Più di ogni altra cosa stupisce il ruolo fondamentale che i mezzi di informazione giocano nella rappresentazione della realtà. Bisogna poi ricordare come un eventuale boicottaggio così come le proteste in Europa e in America non hanno che un effetto negativo sulla questione politica e delle ripercussioni sull’atteggiamento stesso di Pechino sulla vicenda. Nessuno trae un beneficio da un’informazione distorta e parziale. Non siamo in guerra con la Cina e non abbiamo bisogno di un’informazione di guerra.
 
Autore: Stefano Pelaggi
 
Fonte: www.geopolitica.info 
 
 
Cina: i media internazionali e il caso Tibetultima modifica: 2008-06-07T14:20:00+00:00da stefanocareddu
Reposta per primo quest’articolo