Benessere e biocombustibili, ma il mondo ha fame

Il mondo è sconvolto da una crisi alimentare tra le più cruente che la storia recente ricordi. Josette Sheeran, capo del programma Onu per l’alimentazione, ha definito l’attuale congiuntura uno “tsunami silenzioso”. Milioni di persone soffrono gli effetti nefasti di una politica miope, seppur ammantata di lungimiranza strategica. Alcuni dei paesi più poveri del globo risentono fortemente dell’incremento vertiginoso dei prezzi che ha interessato generi alimentari di prima necessità come cereali e riso. L’impennata dei costi è stata talmente repentina da mettere a repentaglio la possibilità, per i ceti bassi e addirittura medi, di provvedere ai fabbisogni essenziali. La reazione dei diretti interessati non si è fatta attendere: qua e là sono scoppiate violente rivolte, talvolta represse con metodi sbrigativi dalle autorità di pubblica sicurezza. I casi di Haiti, Burkina Faso, Filippine hanno tenuto banco sulla stampa internazionale, ma anche nazioni considerate meno a rischio, come Egitto, Marocco e Tunisia, hanno conosciuto ondate di violenza.
257140024fe6f2fee29fceef715f4668.jpg

L’Asia pare il continente più colpito: da quelle parti, il riso è alla base del regime alimentare, ed alcuni governi si sono visti costretti a ridurre o vietare temporaneamente le esportazioni per far fronte alla domanda interna. In Thailandia, paese leader nella produzione, i coltivatori diretti devono difendere i raccolti, anche in fase di trasporto, con le armi in pugno. La crisi alimentare colpisce più duramente gli abitanti dei paesi dall’economia fragile: si stima che ogni aumento del 10% del prezzo del riso produca due milioni di nuovi poveri. Questi spendono in media il 75% del proprio reddito complessivo per il cibo, facile capire quanto gli aumenti li mettano in condizione di estrema vulnerabilità. Nel mondo industrializzato i rincari sono stati derubricati sotto la voce “inflazione”, pur essendo suscettibili di incidere negativamente e in profondità sul bilancio di numerose famiglie. Negli Stati Uniti, ad esempio, centinaia di supermercati del gruppo Wal-Mart hanno vietato l’acquisto di grossi quantitativi di riso per evitare una corsa all’accaparramento che avrebbe drasticamente ridotto le scorte nei magazzini. In Italia, i prezzi di pane e pasta galoppano. ddd1d170dbe2317c3f63686adc644c2c.jpg Quali sono le cause di un fenomeno di così ampia portata e dagli effetti potenzialmente esiziali? Ricostruire esattamente le dinamiche che hanno portato all’attuale congiuntura non è compito agevole, ma alcuni elementi vanno analizzati. In primis, la legge di mercato più antica, il meccanismo della domanda e dell’offerta che, in condizioni di concorrenza pura, dovrebbe regolare le fluttuazioni dei prezzi. Attualmente, milioni di persone nei paesi in via di rapida industrializzazione hanno conseguito uno standard di vita migliore, a cominciare dal regime alimentare. Non sono tanto i consumi diretti di cereali a rilevare, quanto il loro utilizzo come mangime per gli animali da allevamento, segnatamente dei suini. I cinesi stanno meglio, non si accontentano più della tradizionale ed oleografica ciotola di riso. Il primo, dirompente effetto del nuovo benessere sulle loro diete è costituito dall’impennata dei consumi di carne, raddoppiati dal 1990 a oggi, insieme a quelli di pesce e latticini. Taluni analisti attribuiscono la responsabilità della corsa dei prezzi a questa sola considerazione. In realtà, altri fattori influiscono nel determinare le condizioni attuali del mercato. Le speculazioni finanziarie sui futures, il maltempo in alcune nazioni produttrici, l’ impennata del greggio, così necessario per il lavoro nei campi. Anche fattori prettamente locali, come la crisi di Gaza, il conflitto somalo, l’ormai superato stallo politico keniota esacerbano la situazione. 8696e40c245af5cda0e5c8b83a8d9d11.jpg Gran parte delle responsabilità è poi attribuita alla politica di incentivi che gli stati sviluppati hanno promosso per l’utilizzo dei biocombustibili. Stati Uniti ed Unione europea hanno infatti varato un meccanismo di incentivi finanziari destinati agli agricoltori che coltivino prodotti utili alla trasformazione in combustibili alternativi, reputati meno inquinanti dei tradizionali e, soprattutto, in grado di diminuire la dipendenza dai fornitori storici. Bruxelles ha addirittura fissato al 10% la quota dei nuovi carburanti rispetto al totale, da raggiungersi entro il 2020. Le conseguenze negative di tale politica sono svariate, anche prescindendo da quelle relative all’aumento dei costi. Le monocolture danneggiano la biodiversità e impoveriscono i campi. I ritmi sostenuti di semina e raccolta praticati dagli agricoltori per sfruttare appieno gli incentivi li spingono ad un impiego massiccio di diserbanti e concimi, che inquinano i terreni e le acque di falda. Al momento, solo il Brasile ha sviluppato un sistema funzionante di colture capaci di sostenere il 90% dei trasporti. Il successo dell’operazione è però ascrivibile alle peculiarità geografiche, climatiche e sociali del gigante sudamericano. Condizioni difficilmente replicabili altrove. A monte di tale politica, si pone un quesito di grande portata: è lecito incentivare l’utilizzo dei biocombustibili a fronte dei gravi danni sociali che ciò comporta per i più sfortunati abitanti di questo pianeta? Le considerazioni alla base degli investimenti sui combustibili “verdi” appaiono certamente sensate. Trovare alternative alla dipendenza dal petrolio nel settore dei trasporti è un’esigenza primaria della comunità internazionale, nella misura in cui le soluzioni elaborate non rompano il già traballante equilibrio alimentare globale.

Autore: Marco Tajani

Fonte: www.geopolitica.info

www.stefanocareddu.it 

Benessere e biocombustibili, ma il mondo ha fameultima modifica: 2008-06-12T14:15:43+00:00da stefanocareddu
Reposta per primo quest’articolo