Thailandia: il riso, l’aumento dei prezzi e le rivolte sociali

Ancora una volta occorre rilevare lo sguardo strabico dei media occidentali di fronte ad un’evidente crisi nella produzione di alcune fonti di cibo che conoscono un drammatico incremento dei prezzi, approfondendo il divario tra Paesi ricchi e Paesi poveri in vaste zone del pianeta. Il Programma Alimentare Mondiale è stato il primo ente sovranazionale a lanciare un disperato (quanto poco ascoltato) allarme relativo all’aumento inarrestabile dei prezzi di alcune derrate fondamentali quali riso, mais e frumento. In quella sede è stato anche chiesto un urgente intervento sotto forma di conferimento supplementare di 500 milioni di dollari al fine di evitare la morte per fame per almeno 73 milioni di persone.
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Per il Segretario Generale dell’Onu, il coreano Ban Ki-moon bisogna aggiungere un’altra variabile negativa in questo già drammatico quadro, ovvero la progressiva espansione delle superfici agricole volte alla produzione di biocarburanti. Ovviamente non si tratta del solo fattore che ha condotto a questa situazione. La vera e propria causa scatenante è stato l’aumento del prezzo del petrolio, da cui è derivato un “effetto domino” difficile da gestire allo stato attuale delle cose. Le particolari condizioni meteorologiche sviluppatesi in gran parte d’Asia estremo-orientale e nel Sud Est Asiatico, così come il fabbisogno interno di quella stessa parte d’Asia, si sono aggiunti ad un mix economico/finanziario internazionale dalle sfaccettature letali. Il Direttore Generale della Fao, Jacques Diouf (nella foto) durante il Primo Forum Mondiale per l’Industria Agro-Alimentare, tenutosi non a caso a New Delhi, ha affermato: «I prezzi alimentari mondiali sono cresciuti del 45% negli ultimi nove mesi e sul mercato cominciano a scarseggiare riso, frumento e mais». Ban Ki-moon ha auspicato un’espansione della produzione del riso per calmierarne il prezzo, ma si tratta di una coltura che richiede particolari condizioni climatiche stabili che non si sono verificate negli ultimi anni. Allo stesso tempo, l’Unione Europea ha già annunciato di voler limitare la promozione dei biocarburanti. In proposito, si osserva che le sole superfici cerealicole statunitensi destinate a produrre etanolo potrebbero sfamare 250 milioni di persone. Durante gli incontri di Berna c’è stato anche chi ha richiesto misure nettamente più drastiche e meno ipocrite. 7c7c731dcbbecde03094fc6299f8c94a.jpg Al termine dei due giorni di discussioni, a cui hanno partecipano anche i vertici di oltre venti organizzazioni internazionali, tra cui la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio, si sono pianificate misure di vera e propria emergenza, così come progetti di lungo periodo. Si è segnalata però una profonda differenza di vedute all’interno delle stesse Nazioni Unite. Jean Ziegler, Relatore Speciale per il diritto al cibo, ha invocato una sospensione della produzione di biocarburanti e ha criticato il Fondo Monetario Internazionale per avere “imposto ai Paesi più poveri” la coltivazione di generi non alimentari, contribuendo a diminuire la produzione di cibo. Achim Steiner, capo del Programma ambiente, ha affermato invece che il biocarburante è necessario per avere nel futuro energia alternativa a basso prezzo e ritiene che il forte aumento dei prezzi dipenda da pure speculazioni di mercato. Per la Banca Mondiale, occorre ormai un “New Deal alimentare mondiale” paragonabile a quello di Roosevelt del 1929. Se non si colma il deficit, in alcuni paesi si brucia un decennio di lotta contro la povertà, ha affermato per bocca dei suoi leader. Ma allo stato attuale non si vedono i segni di un potenziale nuovo ordine mondiale. Una vera e propria crisi alimentare appare già evidente in molte zone di Africa e America centrale, mentre ha avuto impatto limitato in Asia, che pure consuma l’80% del riso mondiale, poiché grandi Paesi come Cina, India e Giappone sono autosufficienti. Come lo è anche il Vietnam, paese che ha bandito l’esportazione fino a giugno ma dove recentemente è cominciato a mancare il riso nei negozi, dopo giorni di lunghe file davanti ai mercati. Come riferiscono osservatori che vivono in quella nazione, nella capitale Hanoi il cereale già manca da un po’ di tempo, mentre nella meridionale Ho Chi Minh City il supermercato Saigon Co-op Mart ne vende solo 10 chilogrammi a cliente. Il governo denuncia manovre speculative e ha ordinato alle autorità locali di regolare i mercati e impedire incette a chi non lo commercia. Ma il mercato nero è difficile da controllare nonostante le misure restrittive, quando vi è una dichiarata crisi dei prezzi e della disponibilità tutt’intorno. A Singapore, secondo Stato più ricco dell’Asia, ma colpito da un’inflazione al 6,7% (picco massimo da ventisei anni), il governo offre pasti a due dollari locali (95 centesimi di euro) per aiutare i poveri, e ha creato un sito web che indica dove trovare cibo buono ed economico. Situazione difficilissima, invece, nelle Filippine, primo importatore mondiale di riso, il cui governo ha chiesto alla Banca Mondiale di fare pressione sui Paesi esportatori perché mitighino i divieti all’esportazione. Manila già distribuisce “buoni riso” alle famiglie povere e progetta di dare sussidi mensili di circa 1.400 peso (21 euro) a 300mila famiglie (500 peso per famiglia e altri 300 per figlio con un massimo di 3). feaf918637a1bd355a57fab9fe1a2f12.jpg Il riso comprato con il “buono” pubblico costa 18,25 peso al chilogrammo (28 centesimi di euro), la metà che nei negozi. La posizione delle Filippine è davvero delicata, l’aumento esponenziale dei prezzi del riso ha colpito la sua già fragile economia in modo devastante, e questo a fronte di una popolazione di 88 milioni di persone che rischiano letteralmente la fame. La vicina Thailandia, al contrario, massimo esportatore di riso, da gennaio 2008 fino ad oggi ha già triplicato i prezzi, giunti fino a 1.000 dollari Usa per tonnellata. Allo stesso tempo, Bangkok ha pure messo limiti alle esportazioni, per garantire i rifornimenti di riso in patria. Finora Manila è riuscita ad assicurarsi solo metà del fabbisogno annuale, che è di 2,1 milioni di tonnellate. La presidentessa delle Filippine, Gloria Arroyo ha detto che il suo stato non potrà far altro che importare riso fino al 2013, aggiungendo che purtroppo i programmi a lunga scadenza per l’autosufficienza si scontrano con i problemi di emergenza attuale, segnata dall’innalzamento dei prezzi del riso e dal freno posto alle esportazione da parte di alcuni Paesi produttori. Le Filippine, in verità, devono anche assumersi la responsabilità delle proprie scelte interne, come ad esempio, la recentissima approvazione da parte del Parlamento della legge che incentiva la produzione di biocombustibili, in particolare da palma da olio, nonostante la crescente difficoltà della popolazione ad accedere ai più elementari prodotti alimentari. E così, ora le Filippine si appellano al buon cuore del vicino Vietnam. In realtà, una situazione difficile circa il riso è quella vissuta a livello internazionale anche dall’Egitto, così come a fatica riesce a rimediare alla situazione la vicina India che deve oltretutto offrirlo a prezzo di assoluto favore al vicino poverissimo Bangladesh. In questo quadro così complesso, non solo gli occhi di gran parte d’Asia, quindi, ma del pianeta intero sono puntati sulla Thailandia, il maggior produttore mondiale di riso. L’antico Regno del Siam si trova di fronte ad un bivio: aumentare la produzione, evitare le restrizioni all’esportazione per mantenere quanto più possibile il prezzo del riso oppure porre limiti al consumo preferendo nettamente linee in difesa dei consumatori interni? In questo divario, già si fanno notare virulente proteste in piazza nel paese, sebbene poco trattate dai media internazionali. Bisogna precisare che la Thailandia ha venduto lo scorso anno tra Asia e Africa 9,4 milioni di tonnellate, su una produzione di circa 20, una quantità equivalente al consumo interno dei suoi 60 milioni di abitanti. Tuttavia il governo thailandese si trova ora ad affrontare una forte richiesta anche da paesi, dal Medio Oriente all’Africa, che tradizionalmente non erano suoi clienti e dallo scorso ottobre ha esportato mensilmente una media di 1,1 milioni di tonnellate di riso. Il primo ministro Samak Sundaravej (nella foto), ha anticipato che le riserve interne di 2,1 milioni di tonnellate resteranno in patria. 9903ffe38131e715b1835b90ba3cd5f0.jpg Il rischio è che il prezzo, già sottoposto a forti pressioni interne, schizzi verso l’alto senza l’adeguato calmiere costituito dalle riserve, utili anche a frenare fenomeni speculativi. Samak ha anche rassicurato Hong Kong, che dipende da Bangkok per il 90 per cento delle sue importazioni di riso, sulla copertura del suo fabbisogno. Nelle scorse settimane i supermercati dell’ex colonia britannica sono stati svuotati di un prodotto il cui prezzo è schizzato in alto del 30 per cento in pochi giorni, creando ansia tra i sette milioni di abitanti. Il “rally” del riso ha mostrato chiaramente lo stato di crisi di un prodotto alimentare che costituisce la base nutrizionale di circa la metà della popolazione mondiale. Le posizioni di Thailandia (maggior esportatore di riso) e Cina (maggior produttore mondiale) si profilano nel futuro sempre più delicate per gli equilibri globali.

 
Autore: Francesco Tortora
 
Fonte: www.geopolitica.imfo
Thailandia: il riso, l’aumento dei prezzi e le rivolte socialiultima modifica: 2008-06-17T13:40:00+00:00da stefanocareddu
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