Haiti: la ricostruzione comincia dal nuovo presidente

Haiti è oggi il paese più povero dell’emisfero occidentale, con un pil pro-capite che supera di poco i 500 dollari annuali. Nella graduatoria mondiale dell’ Indice di sviluppo umano risulta agli ultimissimi posti. È situato nel Centro America, e divide in due l’isola di Hispaniola con la Repubblica Dominicana. Nella sua storia travagliata Haiti ha subito due dittature feroci, che hanno sconvolto per trent’ anni il paese. Oggi, tra mille difficoltà, la violenza interna e una classe politica quasi mai adeguata, il paese tenta di ripartire. Con l’ aiuto internazione della missione Onu e con un presidente che sta lavorando sulla strada giusta.
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DALL’ OCCUPAZIONE AMERICANA ALLE DUE DITTATURE DUVALIER
Haiti è il secondo paese americano, dopo gli Stati Uniti, ad aver ottenuto l’ indipendenza, avvenuta nel 1804 grazie alla vittoria sulle truppe napoleoniche che occupavano il paese. Da quel momento in poi il paese non ha mai trovato una stabilità politica e sociale: è stato spesso dilaniato da guerre civili e quasi mai i governi sono riusciti a portare a termine il mandato. Le mire espansionistiche statunitensi sotto la presidenza Wilson nel 1915 avevano portato all’occupazione del paese. Gli Stati Uniti stavano uscendo dall’isolazionismo che aveva contraddistinto la loro politica estera fino alla fine del XIX secolo, e cercavano di prendere spazio e territori ai danni degli altri paesi, in particolare della Spagna. L’ occupazione americana durò fino al 1934, anno che vide le ultime truppe straniere lasciare l’isola. Haiti poté godere dei benefici portati dagli occupanti, che riguardarono in particolare la costruzione di strutture e di servizi sociali, ma l’ instabilità politica e un regime traballante continuarono a caratterizzare la politica del paese. Dagli anni cinquanta agli anni ottanta Haiti ha subito due dittature – quella di Papa Doc Duvalier, che si nominò presidente a vita nel 1964, e di suo figlio Baby Doc (nella foto) – che hanno fatto crollare l’ economia e fuggire all’ estero la classe media, vera trascinatrice del commercio nazionale. I due hanno mantenuto il potere anche grazie ad un regime di polizia serrato, portato avanti in modo sistematico dai Tonton Macutes, la milizia composta dagli “uomini spettro”, che prendevano il nome dai personaggi maligni delle favole locali. Alla dura repressione attuata verso i dissidenti e verso qualsiasi opposizione si deve aggiungere il nero misticismo che aleggiava intorno al dittatore, che si faceva chiamare Baron Samedi, (nome col quale viene identificato il demonio del culto voodoo). Pare che i miliziani presidenziali agissero anche sotto ipnosi: secondo alcuni testimoni, si trattava in realtà di veri e propri zombie, morti viventi, soggetti alla completa volontà del presidente. Dal 1986 – anno della caduta di Baby Doc Duvalier, avvenuta per una rivolta popolare – si sono succeduti brevi governi, civili e militari. Nel 1983 Giovanni Paolo II, visitando il paese, alla fine di un lungo discorso dichiarò in modo inequivocabile: “Le cose qui, devono cambiare!”. Le cose, in realtà, cambiarono poco. 5af15f992dea8d0192bee34e4383a8ac.jpgTra i vari personaggi politici che si alternarono dopo le dittature spicca, negli ultimi venti anni, la figura di Jean-Bertrand Aristide, eletto presidente per ben tre volte (nel 1991 con il 67,5%, nel 1994 e poi nel 2001). L’ ultima sua presidenza, iniziata come le altre con le più vive speranze della popolazione, è stata stroncata dal colpo di mano di diverse bande irregolari – alcune delle quali legate ai vecchi governi militari o al traffico illecito di armi e droga – che per tre giorni hanno destabilizzato il paese, portando all’ esilio forzato il presidente. Aristide è un personaggio sul quale molto si è detto. La popolazione lo ha spesso considerato un paladino della rinascita haitiana e lui stesso si era fatto portavoce dei poveri e delle classi meno abbienti. Il deposto presidente è un ex-prete che si è conquistato la fiducia del popolo alla fine degli anni ottanta, con una serie di invettive e discorsi contro la corruzione ed il mal-governo imperanti nel paese. I suoi sermoni domenicali non erano più dei semplici discorsi rivolti da un altare ai religiosi, ma erano diventati dei veri comizi politici, ai quali assisteva un numero sempre maggiore di haitiani. La vittoria del giovane prete nel 1991 era stata schiacciante e per certi versi imprevista, e il suo successo tra la gente enorme. Ora, la sua figura è per molti meno limpida. Il suo ultimo mandato presidenziale ha suscitato non poche proteste e accuse di dispotismo, di aver perseguitato gli avversari politici, di corruzione e di essersi in sostanza allontanato dai buoni propositi che gli avevano garantito larghi consensi tra la gente. Nel febbraio del 2004, gruppi di ribelli hanno dapprima marciato sulle città haitiane, liberato numerosi detenuti vicini ai vecchi governi militari e poi preso il potere. Aristide è stato costretto all’ esilio, e portato da militari statunitensi in Sud Africa, dove attualmente vive. Secondo alcuni analisti, a riunire, armare ed addestrare le diverse bande dissidenti sono stati proprio gli Stati Uniti, attraverso la Cia, per destituire un presidente non vicino alla loro politica e per tornare ad avere un controllo sul territorio haitiano.
LOSCHI TRAFFICI SUL MAR DEI CARAIBI
Una delle principali cause di instabilità in Haiti, sia sotto Aristide sia in altri periodi storici, è legata al traffico illegale di merce. A causa delle coste frastagliate e della posizione strategica Haiti si pone come anello di congiunzione tra Sud e Nord America, ed è una tappa fissa per molti trafficanti di armi e droga (provenienti dall’America Latina e diretti verso gli Stati Uniti), che non trovano nessun tipo di opposizione da parte della polizia locale, al cui interno il livello di corruzione era, ed è tuttora (anche se in misura minore), altissimo. Il gioco è fin troppo facile, basta qualche dollaro in più. È opinione di qualche analista (in particolare di Michel Chossudovsky), che i traffici di droga non siano stati ostacolati nemmeno dai vicini Stati Uniti, per poter usufruire in modo indiretto dalla circolazione del denaro proveniente da questo fiorente mercato. Scrive infatti Chossudovsky che il 14% della cocaina che entra negli Stati Uniti proviene proprio da Haiti. Jack Blum, consigliere speciale di John Kerry, senatore e presidente del Subcommittee on Narcotics, Terrorism and International Operations of the Senate Foreign Affair Committee, aveva accusato alcuni commissari haitiani di complicità sul traffico di droga. “…Ad Haiti… ‘fonti’ della nostra intelligence nell’esercito militare avevano iniziato ad arricchirsi grazie all’embargo della droga. Invece di spazzare via la leadership corrotta delle milizie noi l’ abbiamo spalleggiata. Abbiamo chiuso gli occhi e ci siamo girati dall’altra parte mentre con i loro amici criminali negli Stati Uniti distribuivano cocaina a Miami, Philadelphia e New York”. Afferma inoltre Chossudovsky: “L’ afflusso dei narcodollari viene utilizzato per pagare i debiti con l’estero che crescono a dismisura e in questo modo vengono curati gli interessi dei creditori esteri”. Traffico di droga, introiti sporchi e riciclaggio del denaro: la situazione è poco chiara, viene persino il dubbio che gli interventi dell’ Onu siano in realtà un buon pretesto per avere una reale ingerenza negli affari haitiani. La vicinanza con Cuba, la posizione centrale, il facile accesso ai paesi dell’America centrale sono condizioni che rendono Haiti un piatto appetibile per qualsiasi stato, anche per gli Usa.
L INTERVENTO DEI CASCHI BLU
Dopo un periodo di tre mesi di presenza militare statunitense, canadese e francese, decisa dalle Nazioni Unite dopo la caduta di Aristide nel febbraio del 2004, e dopo l’instaurazione di un governo provvisorio (all’interno del quale non c’è stato posto per alcun componente del partito di Aristide) che ha portato a termine il mandato del deposto presidente, è intervenuta, in giugno, la Minustah, capeggiata dal Brasile con più di 1.200 soldati (nella foto la partenza alla presenza del presidente Lula). La Minustah (Missione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione in Haiti) è stata annunciata nel maggio del 2004 con l’intento di disarmare le bande armate che avevano seminato il terrore nelle città e costretto il presidente all’esilio. Obiettivo principale dell’intervento, formato da contingenti militari (6.200 unità) e civili (circa 1.400) provenienti da più di trenta paesi, è stato quello di aiutare Haiti a raggiungere una stabilizzazione sociale e dare un concreto supporto alle istituzioni nazionali per una normalizzazione della politica. A tale scopo era necessario che i contingenti Onu inizialmente smobilitassero, disarmassero e in un secondo momento reintegrassero nella società i componenti delle bande ribelli. Ma gli ostacoli, lungo il percorso della stabilità, sono stati innumerevoli, accentuati anche dalla reticenza della popolazione verso i contingenti stranieri. Col tempo le strategie e gli interventi della Minustah si sono adattati ai mutamenti della politica interna. Con l’approssimarsi delle elezioni, previste per la fine del 2005 e poi rimandate a marzo del 2006, la missione ha offerto il proprio sostegno alle istituzioni per assicurare uno svolgimento regolare delle stesse, e ha fornito un importante supporto logistico per la loro realizzazione. Dopo le elezioni, che hanno portato alla presidenza René Préval (ancora una volta tra ritardi, crisi interne, proteste e accuse di brogli), la missione ha dato il proprio contributo più in termini tecnici che militari, offrendo personale qualificato per la riforma della Polizia giudiziaria e per la formazione di uno Stato di diritto. d4c9e0ce76d64333a2053b78f894c1b5.jpg Le difficoltà incontrare nel portare a termine gli obiettivi prefissati sono state molteplici: le azioni di protesta nei confronti della missione da parte della popolazione, i diversi attacchi armati ai checkpoint delle Nazioni Unite e le numerose accuse di violazione dei diritti umani e di uccisioni di civili inermi da parte dell’ Onu, hanno dimostrato una forte avversità della popolazione nei confronti del contingente internazionale. Il mandato, nonostante i molti insuccessi e le sporadiche operazioni efficaci, è stato reiterato per cinque volte, fino al suo ultimo rinnovo di ottobre 2007 che ha prolungato la missione fino al prossimo autunno. La richiesta di rinnovo è stata fatta dai rappresentanti della missione di Argentina, Brasile, Canada, Cile ed Haiti, per la necessità di un appoggio ai due governi (prima quello ad interim di Latortue e poi quello della presidenza Préval), che avevano trovato numerose difficoltà nel gestire la difficile situazione interna. Dall’inizio dell’ era-Préval gli obiettivi prefissati sono la formazione di uno Stato di diritto che assicuri sentenze regolari e giuste, la formazione di personale di polizia, la lotta alla corruzione al suo interno, e una modernizzazione delle strutture e dei servizi. Ma c’ è molto da riflettere sulle capacità d’azione delle Nazioni Unite, che hanno spesso contribuito involontariamente, attraverso la cattiva conduzione di certe operazioni, ad una destabilizzazione della situazione sociale e politica. In diverse occasioni civili inermi hanno perso la vita in attacchi Onu che avrebbero dovuto portare alla cattura di esponenti dei gruppi ribelli. Inoltre, la tensione e le difficoltà interne sembravano, almeno inizialmente, non placarsi: migliaia sono stati i rapimenti da parte dei dissidenti, in una escalation di violenza e morte continua. Nel solo mese di dicembre 2005 si sono registrati 241 rapimenti ad opera delle bande ribelli, a conferma della complicata situazione che i contingenti Onu hanno dovuto affrontare. Ultimamente, dieci loro funzionari sono stati accusati di corruzioni e falsificazione di appalti per operazioni di peacekeeping, per centinaia di milioni di dollari. Anche qui, le Nazioni Unite hanno ricevuto attacchi e critiche per non esser riuscite ad avere il polso della situazione.
SI RIPARTE DAL PRESIDENTE PRÉVAL
Nell’ ultimo anno si è però rilevato un sostanziale miglioramento della situazione politica e della sicurezza interna. Il merito va riconosciuto alla Minustah, ma soprattutto all’operato del presidente Préval, che ha svolto un’ azione internazionale di grande successo, ottenendo sovvenzioni e supporti da banche e paesi esteri. Il presidente è riuscito inoltre a dare una forte spinta all’ economia haitiana, ha rafforzato i rapporti commerciali con Taiwan, ha contribuito alla riduzione dell’ inflazione, ha incentivando i finanziamenti privati e contribuito, in ambito politico, a far calare la tensione che aveva più volte portato il paese sull’ orlo della guerra civile. È stato capace di creare un governo multipartitico, di dialogare continuamente con le diverse parti politiche e di non esasperare il dibattito tra i partiti. La endemica violenza del paese è notevolmente diminuita, e i dati lo confermano: in poco tempo si è passati da una media di 40 rapimenti settimanali ai circa 3 mensili dell’ultimo periodo, grazie anche alla cattura di molti leader delle bande ribelli. Haiti dovrà dimostrare, in un futuro prossimo, di saper gestire in modo autonomo il proprio sviluppo politico, economico e sociale.
 
 

Per qualche anno è prevedibile tuttavia che l’ aiuto internazionale continuerà sotto diverse forme, in particolare nella fornitura di personale qualificato per l’educazione giuridica, per la formazione della Polizia (sono stati stanziati a tal proposito 46 milioni di dollari) e per una riqualificazione della classe politica. La lotta alla corruzione, al cattivo governo, alla difficile condizione delle prigioni (alcune delle quali contengono più di 2.500 detenuti a fronte degli 800 previsti) e alla scarsa professionalità della classe dirigente dovrà essere quindi il primo obiettivo dei futuri governi. Ancora c’ è molto da fare sul piano della sicurezza: molti ancora i sequestri – denuncia l’Unicef – anche di bambini, spesso trovati senza vita. Con il supporto internazionale che non vedrà più impegnata l’ Onu dall’ottobre prossimo e un governo stabile, vedremo se Haiti sarà capace di assicurare un avvenire più degno per la sua popolazione, che ormai da anni aspetta un radicale cambio di rotta per il proprio futuro.

 
Autore: Alessandro Ricci
 
Fonte: www.geopolitica.info
Haiti: la ricostruzione comincia dal nuovo presidenteultima modifica: 2008-07-08T20:47:03+00:00da stefanocareddu
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